Contributi - 25 Aprile (I)

Pubblichiamo con piacere le riflessioni appassionate e “combattive” sul significato del 25 aprile e della Resistenza oggi di Luca Zanotta, uno dei nostri giovani, autore di una ottima tesi di laurea sulla Resistenza nella valle dell’Ossola. I giovani hanno il diritto di incalzare i vecchi e i vecchi il dovere di prenderli sul serio (Pietro Polito).

 

La mia parte

di Luca Zanotta

 

Un fatto passato, per essere storia e non semplice segno grafico, documento materiale, strumento mnemonico, deve essere ripensato e in questo ripensamento si contemporaneizza, poiché la valutazione, l’ordine che si dà ai suoi elementi costitutivi dipendono necessariamente dalla coscienza «contemporanea» di chi fa la storia anche passata, di chi ripensa il fatto passato[1].

 

Che una data ricca di significato come quella del 25 aprile cada proprio all’interno di un momento storico tanto grave per la storia della nostra amata Italia, del mondo in senso più lato, nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo. Un virus, una pandemia che servono a ricordarci tristemente ed inesorabilmente la nostra dimensione umana, i nostri primitivi limiti; la nostra fragilità di fronte ad una natura che ci urla in viso il nostro essere fatti di carne ed ossa.

Tuttavia, per quanto pare che il tempo in questi strani giorni si sia fermato, esso continua a scorrere veloce, per nulla disturbato nei suoi ritmi. E allora anche quest’anno, per la 75esima volta, continueremo a celebrare il nostro 25 aprile, in modo differente certo, senza poterci guardare in viso con il tricolore sulle nostre bandiere o sulle tante coccarde e medaglie che affollano silenziose gli armadi e i cassetti in cui sono riposte con cura.

In questa data nel mondo si celebrano svariate ricorrenze e così Australia, Egitto, Germania, Portogallo e altre nazioni ricordano frammenti della loro storia e della loro società.

Per noi è diverso. Torna oggi l’emozione, o perlomeno dovrebbe tornare, della liberazione. Fiumi di parole sono fluiti nel corso degli anni per tenere vivo il ricordo del momento fondativo di questo nostro annoiato Paese, delle vicende e degli uomini che combatterono e morirono per dare a quei tre colori un senso diverso, più umano, un senso che guardasse al futuro con l’impegno di non ripetere più gli errori di un passato che ancora oggi ci divide e ci perseguita.

Ma oggi la società sembra essersi stancata di quel mare di sangue che fu la resistenza, di cosa significasse morire per una causa non elitìstica ma comune, morire per tutti, morire per una società in cui gli uomini e le donne potessero guardarsi negli occhi con la consapevolezza di avere dato tutto anche per chi quel tutto non se lo meritò allora e continua a non meritarselo oggi.

Un uomo piccolo con un terribile gusto per le menzogne, i cui occhi sono vuoti come le presunte idee di cui si fa paladino ebbe il coraggio di definire la nostra festa come «un derby tra fascisti e comunisti». E se già nell’attribuire all’odore dei cadaveri di una guerra civile un significato calcistico emerge il tipo di sapiens di cui scrivo è triste constatare come molti dei suoi seguaci dimostrino non solo di non conoscere ma bensì di non essere degni delle libertà di cui godono anche grazie al sacrificio di coloro che lasciate la penna o l’aratro presero in mano le armi. Di piccoli uomini e di piccolissime idee questo paese è pieno, lo è sempre stato e proprio per far rabbia a loro, per ricacciarli nel nulla in cui già una volta li gettammo e giunto il momento di tornare, ancora una volta, nella mischia, a cercare lo scontro.

I partigiani, coloro che scelsero la parte da cui stare, perché vivere significa essere partigiani altrimenti vivere significa non vivere affatto, appartenevano ad orientamenti politici e spirituali differenti e qui risiede il valore della loro forza. Socialisti, liberali, comunisti, cattolici, anarchici, monarchici e altri ancora si opposero al fascismo e alla sua pochezza in modi differenti e spesso nel farlo ebbero dei contrasti, contrasti perfettamente leciti in un folto ed eterogeno schieramento che si concede il privilegio della diversità di opinione. Ma questi uomini e queste donne, questi partigiani di idee così intrinsecamente contrastanti seppero dimostrare molto più di quanto non riescano a fare le mie parole, morendo insieme. Ciò accadde in Italia, ciò accadde a pochi chilometri da dove scrivo in un luogo chiamato Megolo di cui vi prego di cercare la storia.

Recita una celebre canzone: «non è detto che fossimo santi, l’eroismo non è sovrumano» e questo basti a far comprendere a chi scredita la lotta partigiana che errare è una caratteristica degli esseri umani a cui si può porre rimedio, cercare di imporre con la forza bruta, con la censura e con il dolore il proprio credo è da fascisti. Questo differenzia la mia parte, che spero sia o diventi anche la vostra, dalla loro. I partigiani furono una squadra in cui i singoli elementi si sacrificarono per giungere al risultato, dall’altra parte nessuna squadra, solo il fascismo e il suo pensiero unico.

Ebbene il 25 aprile non è solo una data del calendario gregoriano, un giorno in cui far risuonare vuoti discorsi a cui non segue un’azione pratica, ma è una piccola pietra dorata sulla quale è stato eretto questo nostro paese tanto privo di memoria quanto desideroso di conservarne una.

La parola libertà, di cui tutti si riempiono la bocca come fosse quasi un’intercalare, devono capire, e lo capiranno, quanto dolore celi dietro quelle lettere. Libertà rimane una parola stupenda e oltre al significato semantico si scorge il significato reale, germogliato dai resti di quella lotta di liberazione che qualcuno vorrebbe cancellare poiché “divisiva”. Concordo, divisiva: chi la considera tale deve essere diviso da me, poiché certamente fascista o ignorante o stupido, oppure tutte e tre le cose. Questo differenzia noi e loro. Per la mia parte libertà significa avere la possibilità di dissentire, di credere in qualcosa di diverso senza il timore di poter essere fatto a pezzi dagli sgherri del regime, libertà di poter difendere chi da solo non è in grado di difendersi. I diritti degli esseri umani, la loro dignità, la loro salute, non sono germogliati una primavera più soleggiata delle altre ma sono il frutto di lotte, di lavorio culturale, di sparatorie, di interrogatori e di ferite d’arma da fuoco. I fascisti giustiziavano, la mia parte provava ad applicare un’idea di giustizia che non si lasciasse andare alla vendetta ma non perché i fascisti non meritassero vendetta; li si voleva umiliare anche eticamente dando prova concreta di come una società democratica potesse realmente tendere al concetto di giustizia. Così un tale Ezio Vigorelli, magistrato istruttore nella repubblica partigiana dell’Ossola prese quell’ideale, se lo strinse intorno al cuore e l’applicò nel territorio sotto la sua giurisdizione; egli perse i suoi due figli durante i rastrellamenti nell’Alto Piemonte nel giugno del 1944 ed ebbe la possibilità di trattare i prigionieri repubblichini che gli capitarono tra le mani nell’autunno del medesimo anno. Non fece nulla, o per meglio dire, non fece nulla di ciò che avrebbero fatto loro. Nell’Ossola partigiana la pena di morte venne infatti abolita e quando qualcuno faceva notare a Vigorelli che il dolore poteva essere attenuato dalla vendetta – e nessuno avrebbe obiettato – egli rispondeva che la differenza tra noi e loro stava proprio in questo. La giustizia non si fa crivellando un corpo di proiettili ma applicando la legge. Legge per cui la repubblica di cui fu magistrato è ancora oggi motivo di studio e fonte di orgoglio per chi ne fece parte.

Che l’insetticida più efficace per sgretolare il fascismo e i suoi soldatini fosse la cultura, beh questo Mussolini lo comprese bene. L’elenco degli intellettuali ammazzati con la prigione, con le coltellate o semplicemente con i manganelli è tristemente lungo. Il genio di Piero Gobetti venne spezzato sotto ordine vigliacco del dittatore stesso che vedeva in quel geniale ragazzetto una minaccia ben più seria di interi movimenti di piazza e lo stesso fu per Antonio Gramsci, uno dei più grandi pensatori di cui questo paese può, a ragione, farsi vanto. Due uomini, due esempi, due intellettuali di orientamento politico diverso, liberale uno e socialista e poi comunista l’altro assassinati per il semplice fatto di essere dotati di intelletto fuori dal comune. Questo fece il fascismo che ancora oggi qualche essere umano, che definire umano mi fastidia, difende. Uccidere la ragione, uccidere la cultura che non si piega ma anzi ogni volta che parla ti umilia, ti annichilisce e dimostra il niente che rappresenti, su cui basi la tua insipida esistenza. Questo temevano i fascisti e questo temono ancora. Quindi quando ancora oggi dei personaggetti della ridicola destra conservatrice affermano fieri di leggere Gramsci o Gobetti dovrebbero solamente avere la decenza di tacere e divenire rossi per la vergogna; non siete voi ad averli assassinati, d’accordo, ma è stato il credo del male a cui palesemente vi ispirate. Che la cultura quindi non cessi mai di essere più efficace contro questi tipi di “uomini”, i quali proveranno a dirvi, dal momento che esiste una libertà di espressione, che il fascismo ha portato a conquiste sociali rilevanti e tutta un’altra serie di amare schifezze che non si riuscirebbero a deglutire neanche se fossero scolate insieme ad una birra sotto il sole di agosto. E se qualche fascista o presunto tale, provasse a portare queste frecce mosce al suo arco allora rispondetegli ancora con Gramsci e in questo modo gli farete capire quanto della vita e della società non abbia capito fondamentalmente nulla:

 

Nessuna tolleranza per l’errore, per lo sproposito. Quando si è convinti che uno è in errore – ed egli sfugge alla discussione, si rifiuta di discutere e di provare, sostenendo che tutti hanno il diritto di pensare come vogliono – non si può essere tolleranti. Libertà di pensiero non significa libertà di errare e spropositare. Noi siamo solo contro l’intolleranza che è un portato dell’autoritarismo o dell’idolatria, perché impedisce gli accordi durevoli, perché impedisce che si fissino delle regole d’azione obbligatorie moralmente perché al fissarle hanno partecipato liberamente tutti. Perché questa forma di intolleranza porta necessariamente alla transigenza, all’incertezza, alla dissoluzione degli organismi sociali[2].

 

Per quale motivo scrivere ciò in una commemorazione del 25 aprile, potrete pensare. Ebbene il motivo sono proprio loro, i fascisti, i neofascisti, i presunti tali o quelli che paiono i nostalgici di un periodo terribile in cui o non sarebbero durati un attimo o nel quale si sarebbero fregiati della famigerata tessera e avrebbero docilmente abbassato la testa, magari diventando bravi delatori.  I politici, alcuni politici, di cui non scrivo nomi non per la paura di denunce o querele bensì per il fastidio che mi provoca mettere in fila delle lettere che compongono nomi che dovrebbero esseri sui manifesti di Uomini e Donne e non tra quelli di parlamentari, senatori ed ex ministri, galoppano il malcontento di un popolo che non si ricorda il valore del 25 aprile solo ed esclusivamente perché ha la necessità di trovare dei capri espiatori al malessere che prova dentro. Risulta molto più semplice essere razzisti e dare la colpa dei proprio problemi ad un clandestino che arriva nel nostro paese su un gommone bucato che guardarsi allo specchio e capire che la prima causa del nostro essere un paese in parte rivoltante è proprio a causa loro, del loro modo di vivere e di rapportarsi con le istituzioni, le stesse istituzioni che la nostra costituzione, così avanzata e così sinceramente bella ha contribuito a creare dalle ceneri di 20 anni di nefandezze autoritarie fasciste. Ma si sa, è molto più semplice trovare le colpe in chi sta peggio di noi, in chi è più debole, più povero o semplicemente è nato dalla parte sbagliata del globo piuttosto che ammettere le nostre.

Ebbene la politica delle destre nazionaliste e conservatrici in questo fango ci sguazza, ci semina le sue falsità, nutrendo il proprio elettorato di risposte facili e trovando il nemico in chi nemico alla fine non è. Per questo motivo la nostra festa provoca tanto fastidio, li irrita, li spinge a cercare i comportamenti vergognosi di alcuni partigiani, a definirli tutti comunisti e a voler cancellare una data che, alla luce di questi fatti, è ancora più importante.

Che le persone possano cambiare è difficile, soprattutto una volta che il pensiero critico si è formato, ancor più difficile se tale pensiero non nasce autonomamente ma è il frutto delle distorte verità che un padre ignorante ti racconta quando sei ancora un bambino; i partigiani stupravano e rubavano, Mussolini ha istituito le pensioni e bonificato le paludi, eccetera eccetera. Cercare nelle colpe dei singoli un’attenuante ai crimini di un intero credo politico è ridicolo oltre che illogico.

La storia è una cosa seria non una prostituta che recita una parte sotto compenso, e se è vero che la storia e la sua trasmissione devono avvenire sotto l’egida dell’oggettività è anche vero che dal tracollo del fascismo è nato il nostro paese. Per tale motivo uno storico può benissimo difendere gli ideali di democrazia e giustizia che costituiscono le fondamenta della sua nazione ed essere al contempo perfettamente coerente con se stesso e con la sua professione. 

Ricordare la nostra festa non è una questione di fazioni, di simpatie politiche (se ancora esistono in quanto tali) o di ideali astratti. Con il 25 aprile è nata la costituzione, si è visto la luce dopo 20 anni di olio di ricino e di appiattimento culturale, si è dato voce alle donne che il fascismo voleva matriarche sforna figli e che i democratici volevano parte attiva della società, si è eliminata l’odiosa censura che spezzava le gambe a qualsiasi forma di legittimo dissenso e, per farla breve, ci si è protratti con ogni singolo muscolo verso il futuro e verso una parvenza di progresso.

Dobbiamo contemporaneizzare quei sentimenti, quelle lotte e quei morti, dobbiamo dare loro un posto nelle nostre memorie come faremmo se fossero nostri fratelli, nostre sorelle e nostri amici di oggi; se la resistenza viene vista esclusivamente come una ricorrenza tra le tante allora loro torneranno ad alzare la testa e si spingeranno, ci proveranno, sempre più oltre. Purtroppo ciò sta già accadendo e quasi senza che la mia parte, la nostra parte, riesca a fare nulla di concreto per impedirlo. Utilizzando la scusa della libera espressione i neofascisti sputano le loro “verità”, si riuniscono, si organizzano sempre più spavaldi, tranquillizzati dalla nostra inerzia e dalla mancata applicazione delle leggi o dal loro aggiramento.

Ora, chi come me, chi come voi, prova un brivido lungo la schiena e sente lo stomaco torcersi dalla rabbia e le tempie bruciare per l’indignazione non stia zitto, risponda, li rintuzzi, si arrabbi e ricordi agli uomini piccoli perché sono stati e continuano ad essere tali. Solamente rendendo il ricordo modo di essere, modo di pensare più di quanto già non sia, c’è una speranza di rendere giustizia a chi ebbe il coraggio di schierarsi quando fu necessario farlo. Per questo motivo e per mille altri che non riescono a contenersi in due pagine visualizzate sullo schermo di un pc la resistenza deve tornare a vivere e soprattutto ad animarsi e a rivoltarsi con orgoglio di fronte ad un presente che tende a relegarla al ruolo di mera commemorazione. Chi scrive queste parole è giovane, non ha mai visto la guerra e tutto ciò che essa comporta questo è vero; tuttavia non serve provare ogni cosa sulla propria pelle per comprenderne la gravità e l’importanza, bensì è necessario sviluppare una consapevolezza del proprio posto nel mondo e dei propri doveri, ispirandosi a chi ebbe il coraggio di parteggiare per opporsi all’ingiustizia, con ciò che questo avrebbe comportato. Chi morì davanti al plotone di esecuzione, negli scontri sulle montagne o in una stanza d’interrogatorio lo fece per il futuro e questo, ancora una volta, rimarca il profondo solco che divide noi e loro. Futuro, ennesima parola stupenda, quella che più di ogni altra, se pronunciata con coscienza, è, a parer di mio, la più significativa del periodo resistenziale.

Queste riflessioni si perderanno tra le altre migliaia che sono state pensate, scritte e pubblicate ogni 25 aprile per 75 anni ma che si perdano lasciando un piccolo monito: la lotta di liberazione non sia solo retaggio degli ultimi vecchi partigiani ma sia dei giovani, di quei giovani che, quasi senza rendersene conto, scendono in piazza per l’ambiente, per il futuro loro e dei loro cari, dimostrandosi molto più sociali e molto più partigiani di quanto si possa credere osservandoli mentre rumorosi e testardi tentano di farsi scorgere dal mondo.

E proprio a quest’onda verde, così democratica e così concretamente tesa al domani è necessario dare tutto il sostegno di cui siamo capaci. Che queste righe siano per loro; non rifiutate la politica poiché tutto è politica e voi, con le vostre battaglie, siete la speranza di un domani più giusto. Avete pesi indicibili da portare sulle spalle e nel cuore, ma sappiate che nel 25 aprile risiedono tante risposte alle domande che oggi vi tormentano, fatene la vostra festa.

Chi innalza un cartello per la pace o in difesa di un popolo oppresso fa una scelta, nel tempo stesso culturale e politica; collega – che lo sappia o no – istantaneamente le ragioni della pace, della giustizia, della libertà, dell’autonomia, della democrazia alle stesse ragioni per cui i suoi studi contano o non contano, il suo avvenire si apre o si chiude[3].

 

Note:

[1] A. Gramsci, La barba di Croce, in, Avanti! Torinese, 5 febbraio 1918, in Id., Sotto la mole, Einaudi, Torino 1960, p. 365.

[2] A. Gramsci, Intransigenza – Tolleranza, Intolleranza – Transigenza, “Il Grido del Popolo”. XII, n. 698, 8 dicembre 1917, sotto la rubrica “Definizioni”, in Id., Scritti giovanili 1914-1918, Einaudi, Torino 1975, p. 137.

[3] Franco Antonicelli, Sul significato dell’amnistia agli studenti (T.D.A), Discorso pronunciato al Senato della Repubblica nella seduta del 10 ottobre 1968.

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