«Ci vorrebbero cinque romanzi»: un profilo di Ada Gobetti
di Paolo Di Paolo

[Contributo tratto dalla rivista "Mosaico italiano", anno XIII, n. 208. Il numero, interamente dedicato a Ada Prospero Marchesini Gobetti, dal titolo Ada Gobetti scrittrice e intellettuale, è stato curato da Elisana Fratocchi]
 
 
C’è stato così tanto, così tanta vita dentro questa vita, che varrebbe almeno cinque romanzi. Cinque romanzi per i suoi cinque talenti: Ada Gobetti scrittrice, giornalista, pedagogista, dirigente politica, musicista. La ragazza dal temperamento romantico appassionata al canto. Piero, il ragazzo di cui è innamorata, le regala uno spartito di Wagner, ma lei preferisce Verdi. Lentamente, senza strappi, lui la porta lontano: verso la filosofia e la letteratura; lei ne soffre, però lo segue. Poi, c’è la giovane donna ferita da un immane dolore: il giovane marito geniale muore a Parigi nemmeno venticinquenne. Ha subìto diverse vessazioni fasciste, si è trovato costretto a lasciare l’Italia appena diventato padre. Lei, sul diario del febbraio 1926, alla notizia della morte di Piero, scrive: «Non è possibile. Non deve essere possibile… Amore mio, creatura, vita mia, non ti sono stata vicina là, nella stanza dell’albergo, nella stanza della clinica, quando più avresti avuto bisogno di me». Ada è trafitta, ma riesce a rialzarsi: ha poco più di vent’anni, si occupa del bambino, insegna a scuola, traduce dall’inglese, coltiva l’amicizia con Croce – c’è una fotografia bellissima che li ritrae l’uno accanto all’altra, lei ragazza sottile, stretta in un lungo pastrano chiaro; lui curvo su un bastone, il borsalino in testa, il panciotto, l’orologio da taschino. È il 1939, camminano su una strada sterrata fra gli alberi di un bosco piemontese. Ada si è risposata con Ettore Marchesini, che di lì a poco sarà tra i fondatori del Partito d’Azione. Lei stessa entrerà nella lotta partigiana, tutt’altro che da spettatrice: su una minuscola agenda, fra il ’43 e il ’45, prende appunti «in un inglese criptico» che daranno vita a quel Diario partigiano che offre un autoritratto involontario, quello di una donna energica, coraggiosa, con un forte senso pratico e un’etica che non conosce cedimenti. È una storia di giorni tesi eppure carichi di speranza, una storia di armi nascoste, di biciclette che corrono, di uova cucinate in fretta; di angoscia, anche, negli istanti più duri e rischiosi, la «strana sensazione di vuoto nei nervi e nel cuore» quando non ha notizie del figlio Paolo, partigiano anche lui, e non smette di nevicare. Non c’è una sola pagina retorica, non un istante di recita: una donna le chiede a un certo punto di occuparsi di un’organizzazione femminile, “Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà”. Lei annota: «Non mi piace; in primo luogo è troppo lungo, e poi perché “difesa della donna” e “assistenza”? Non sarebbe più semplice dire volontarie della libertà anche per le donne?». Straordinaria Ada. La sua intelligenza e la sua sensibilità saltano fuori da ogni pagina, le sue osservazioni sono semplici e acute, i ritratti efficaci, le descrizioni vivide. Ma Ada è scrittrice già nelle lettere d’amore per Piero, raccolte da Ersilia Alessandrone Perona nel 1991 in quel libro commovente che è Nella tua breve esistenza.
Il periodo in cui fu vicesindaco di Torino, il lavoro pedagogico, l’invenzione del “Giornale dei genitori”, che poi fu diretto da Gianni Rodari; l’attenzione ai cambiamenti sociali: muore nel marzo del ’68 e non si sottrae al confronto con l’Italia che cambia e con le richieste dei giovani («I giovani ci chiedono aiuto e non reprimende»). «L’ho vista anche piangere, qualche volta – racconta l’amica Bianca Guidetti Serra –, però erano momenti che passavano subito. Allora lei si sedeva al pianoforte e cantava». Ecco: di Ada Gobetti scaldano ancora la fiducia nella vita e negli altri, lo spirito solare, la schiettezza, l’impegno politico risolto non come questione professionale, ma – lo ricorda Goffredo Fofi – come fatto esistenziale. È fra quegli esseri umani che si darebbe molto per aver conosciuto. Non a caso, la frase più romantica che sia mai uscita dalla penna di quell’incredibile ragazzo torinese degli anni Venti, chiuso di carattere, precocemente proiettato nel lavoro intellettuale, è scritta per Ada: «Una lettera di Didì è la vita sai? Quindi mandami tanta vita». E lei, che sapeva e capiva tutto, dopo la morte di lui: «E penso che tu non vorresti che ti si piangesse, ma che si considerasse la tua vita un capolavoro e un esempio». Anche quella di Ada – semplice, generosa, materna – lo è.
 

Centro studi Piero Gobetti

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