Sono una persona fortunata, che continua a incontrare e conoscere individui di valore anche là dove uno non se li aspetta. Sono una persona fortunata per il fatto di vivere in un Paese, l’Italia dove, nonostante tutto, nonostante il conformismo e l’omologazione, l’arroganza degli arricchiti e la vacuità dei leader, esiste una varietà di situazioni possibili nelle quali si reagisce e si inventa e si costruisce.
Il peso delle sconfitte passate e la delusione per le strade che la società italiana ha preso, così diverse da quelli che tanti come me avevano ipotizzato e sperato, si fanno spesso sentire, anche con forza, anche con dolore. Eppure, muovendosi, cercando, è ancora possibile incontrare chi sa superare – se adulto – le sconfitte e rimettersi pazientemente e sanamente in gioco e che sa affrontare – se giovane – un mondo adulto infantilizzato da miti e valori risibili, dall’apparire e dall’avere, nemici dell’essere e del mutare.
Tante cose sono successe in questi anni che mi hanno sorpreso e sbalordito, negative e positive, ed esse hanno avuto molte volte un segno molto diverso da quello con il quale le avevamo indicate o sognate. Per esempio, abbiamo molto lottato per avere una scuola per tutti, e l’abbiamo avuta: ma com’è brutta la scuola di oggi, com’è lontana dal soddisfarci. Volevamo il benessere e l’abbiamo avuto così in fretta da spingere più a dimenticare di colpo, stupidamente, il mondo da cui provenivano e le sue basi morali. Volevamo la libertà sessuale, venendo da una cultura ipocrita, maschilista, sessuofobica, castratrice, e abbiamo avuto il disordine di comportamenti casuali che consegnano i più a nuove solitudini. Volevamo una democrazia saggia e ce l’hanno sbiancata con il frastuono televisivo. Eccetera eccetera eccetera.
Abbiamo tutti delle responsabilità, anche se chi più e chi meno, in questo stato di cose; ci siamo lasciati trascinare da un’idea di progresso che ometteva di ragionare sugli effetti cui avrebbe dato origine.
Volevamo essere né apocalittici né integrati, semplicemente dentro la storia in modo fattivo, vivendo, come insegnavano i classici, il presente come storia. E la storia ci ha beffato, con rovesciamenti repentini, e oggi con l’illusione di un eterno presente dove tutto sembra poter convivere con tutto, ma dove i conflitti si fanno sempre più insidiosi e perversi. Il costo è stato alto, per le nostre idee e per le nostre battaglie. Ma il segreto di una sopravvivenza attiva è stato forse quello di una curiosità che non si è mai spenta, e il gusto di trovare ambienti nuovi, altre prospettive dentro le quali i valori di fondo, sempre gli stessi della giustizia e della solidarietà e del bello e del vero, tornavano, pur nella confusione e nella cacofonia e nell’impasto di colori troppo forti o troppo sbiaditi, a dimostrarsi validi. Persistevano i principi, in una continua rinascita, ridiscussione.
Abbiamo dovuto attraversare gli anni Ottanta dell’edonismo e del più stupido degli ottimismi basato sulla più diffusa delle corruzioni, capace di provocare le più aperte complicità in tanti che avrebbero dovuto resistervi e che ancora osavano proporsi come maestri di morale, artisti e giornalisti, architetti e psicoanalisti, sociologi ed economisti, manager e preti, nel mentre cedevano su tutto, pronti a riciclarsi come sempre – secondo la più classica tradizione e il culto del “particulare” – attorno ai nuovi potenti e alle nuove fonti di successo e ricchezza. E dobbiamo oggi attraversare la transizione interminabile da un sistema di potere (i partiti) a un altro che ha finito per somigliargli quasi in toto e per uccidere ogni differenza tra la cultura e la politica, recuperando nella politica tutto. La politica, con la sinistra al potere, si è rivelata unica, di scarse varianti. La sinistra ha compiuto il suo suicidio e presenta ai nostri occhi zombi agguerriti e istruiti solo sulle basse pratiche di potere.
Oggi la situazione in cui ci si muove, i pochi che si muovono e sanno ancora farlo senza far danni ma positivamente, è tornata ad essere più che ambigua. Alla bontà e alla verità di certe esperienze, non corrisponde un’uguale chiarezza di idee. Tra la prassi e la teoria lo scarto è grande, anzi grandissimo a volte. E l’evento della sinistra al governo ha finito per recuperare tutto, appiattire tutto e, in sostanza, castrare ogni diversità propositiva.
Nessun aldilà e nessuna vindice rivoluzione cui rendere conto, e la retorica dei diritti, piaga degli anni Ottanta e base di ogni corporativismo, dimentica ogni decalogo sui “doveri dell’uomo”. Vittoria, anzi trionfo del laicismo e della desacralizzazione dell’esistenza, uniche spinte di godimento di beni e di natura, e quindi di corpi, l’obbligo del successo e del denaro. Nessun freno al possedere, tutto è lecito in una società dove le leggi sono tante e fatte apposta per tirarle fuori a seconda dei bisogni di chi sta al comando o vuole arrivarci. Però si moltiplicano le nevrosi, dilaga la stupidità, e siamo frastornati dai “falliti di successo” (falliti rispetto alle aspirazioni di partenza: penso in particolare a un mucchio di scrittori e giornalisti e registi e politici e attori e baroni universitari e preti e dirigenti di questo e di quello, e perfino sportivi e belle donne superato lo zenit dell’età, che per loro cade prestissimo) che ci ossessionano con il loro niente, le loro volgari insoddisfazioni e perfino le loro prediche. In tutto questo la felicità è nel consumo; e cosa sono oggi i nostri italiani oltre che consumatori? Quanti individui che siano davvero “individui” e non carte di credito, si vedono e si sentono in giro, quanti individui non “eterodiretti”, compresi i vip e i supervip, compresi i trionfantissimi Agnelli?
Il futuro non si presenta rassicurante, nonostante che media e potenti facciano di tutto perché non ci si pensi e si accetti di vivere alla giornata. Lo scollamento tra il Nord e il Sud può tornare a crescere. Le immigrazioni dai Paesi poveri, dall’Est e dal Sud, ci costringono a cambiamenti di mentalità ai quali non tutti sembrano però preparati. La disoccupazione è crescente, il sistema scolastico e di formazione dei giovani putrescente. La Chiesa è incapace di trovare il modo di difendere i valori del cristianesimo senza avvilire le libertà di coscienza individuale, e di contrastare, secondo una morale adeguata ai bisogni profondi dell’epoca, una forsennata e amorale “laicizzazione”. Lo spettro delle guerre fratricide (ma quale guerra non è fratricida?) incombe ancora su tanti Paesi vicini a noi e può coinvolgere chi non trova nel suo gruppo motivi di solidarietà e di apertura, di autonomia come di generosità. La natura è quotidianamente violentata da tutti, costruttori e proprietari di macchine, per esempio, o produttori di un superfluo a cui nessuno sembra più capace di rinunciare. Il disordine morale è immenso. Coloro che dovrebbero far da chiarificatori, da propositori, da valutatori delle nuove realtà e dei compiti di tutti o latitano o delirano o si muovono anch’essi secondo le abituali direttrici del successo personale e del consenso al proprio clan. E, se il sale degli intellettuali diventa sempre più insipido, con cosa si salerà, con quali strumenti cognizioni convinzioni si potrà affrontare un futuro tutt’altro che rassicurante?
Sono una persona fortunata, per le mie origini, per gli esempi che ho avuto e per le occasioni che mi sono state date. Ho fatto poco e so di valere poco – non sono mai stato un vero intellettuale né un uomo d’azione, tutt’al più un curioso e un sollecitatore. I conti non mi tornano: so molto bene che avrei potuto e dovuto fare meglio e di più, e di averne avuto le occasioni.
L’Italia di Goffredo Fofi
di Pietro Polito
Forse non è stata ancora richiamata la dovuta attenzione sul sottotitolo del libro di Goffredo Fofi, Le nozze coi fichi secchi, l’ancora del mediterraneo, Napoli 1999: “storie di un'altra Italia”. Al riguardo occorre osservare che Fofi fa propria l’idea gobettiana di “un'altra Italia”, di cui però non ne racconta la storia, tanto meno la Storia, ma le altre storie.
Infatti l’“altra Italia” che ci propone Fofi non è quella delle figure illustri e nemmeno quella degli e delle intellettuali. La sua è un’Italia popolata di persone comuni, intessuta di storie individuali e collettive, alcune delle quali raccolte viaggiando in treno, un’Italia eretica che si richiama a guide eccentriche: da Gandhi a Capitini, da Victor Serge a Albert Camus.
Un’Italia costituita di incontri mancati, di incontri sciupati, di incontri reali con (quelle che seguono sono mie classificazioni): compagni e maestri: Danilo Dolci, Manlio Rossi Doria, Raniero Panzieri, Danilo Montaldi, Elvio Fachinelli, Marco Lombardo Radice, Alex Langer, Giovanni Pirelli, partigiani: Ferruccio Parri e Giorgio Agosti; poeti: Pier Paolo Pasolini; religiosi: Tullio Vinay, scrittori: Carlo Levi, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Franco Fortini, Paolo Volponi; scrittrici: Elsa Morante, Grazia Cherchi, Camilla Cederna, Anna Maria Ortese.
Fofi richiama l’attenzione su “qualche prete” (che cito nell’ordine da lui prescelto): don Peppino Diana, monsignor Raffaele Nogaro, don Tonino Bello, don Pino Puglisi, padre Alex Zanotelli, “due grandi «strani» preti come don Helder Camara e Ivan Illich”, don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, don Zeno Saltini, padre Giovanni Vannucci, padre Camillo De Piaz, il teologo Mario Cuminetti, padre David Maria Turoldo.
A partire da Ada Gobetti, ricorda le “donne di ieri”: Margherita Zoebeli, Maria Calogero, Anna Lorenzetto, Dina Bertoni Jovine, Ida Pescioli, Ida Sacchetti, Sara Melauri, Ebe Flamini, Margherita Caetani, Angela Zucconi, Anna Maria Levi, Teresa Ciolfi, Gigliola Venturi, Bianca Guidetti Serra.
Da Ada a Bianca, due partigiane-maestre che Fofi incontra a casa Gobetti, in via Fabro 6, la casa di Piero Gobetti e di Ada Prospero, dove il 16 febbraio 1961 era stato fondato il Centro Gobetti.
Nelle pagine dedicate ad Ada troviamo illustrato il tratto caratteristico che accomuna le cittadine e i cittadini dell’Italia di Goffredo Fofi: “Sembrava che Ada non sciupasse nessun momento della sua giornata e che considerasse fondamentale il dialogo con tutti coloro dai quali si poteva avere qualcosa da apprendere, senza far pesare quanto si aveva da insegnare loro”.
Mi sento fortunato per il fatto di averlo incontrato e di aver lavorato con lui. Grazie Goffredo per averci insegnato con il tuo impegno che “nonostante tutto, nonostante il conformismo e l’omologazione, l’arroganza degli arricchiti e la vacuità dei leader, esiste una varietà di situazioni possibili nelle quali si reagisce e si inventa e si costruisce”.