Perché Gobetti e Matteotti

di Pietro Polito

Testo tratto dallo scritto di Pietro Polito Matteotti e noi contenuto nel saggio di Ugo Mancini Gobetti e Matteotti tra sintonie e premonizione (Infinito edizioni, 2026, pp. 84-86).

 

Nel solco dell’onda lunga del Centenario matteottiano si inserisce il presente libro di Ugo Mancini, Gobetti e Matteotti, tra sintonie e premonizione[1]. Il proposito di Mancini di rileggere Matteotti attraverso gli occhi di Piero Gobetti si distingue per il rigore dell’analisi unito all’intelligenza dell’interpretazione, nonché a un chiaro intento eticopolitico. Dopo l’esame del contesto storico di quegli anni in cui la barbarie del manganello prevale (temporaneamente) sulla forza delle idee, Mancini con stile asciutto quanto coinvolto riesce a darci il profilo di “due storie quasi in parallelo” restituendoci sia le linee di convergenza sia quelle di divergenza tra la prospettiva liberale di Gobetti e la prospettiva socialista di Matteotti. Ponendomi dal punto di vista etico-politico, mi limito a porre in rilievo da un lato la sintonia totale tra Matteotti e Gobetti sul piano morale, dall’altro la comune capacità di premonizione del futuro politico dell’Italia e dell’Europa.

Sul piano etico Matteotti e Gobetti rappresentano forse la più assoluta, limpida, trasparente, intransigente protesta contro “l’arbitrio e la sua misura imprevedibile”[2]. Ciò che di loro, cent’anni dopo, “risulta visibile” è il loro coraggio e la loro determinazione a “vivere con serietà di studi, onestà di intenti e una coerenza non negoziabile”[3]. Cioè, come giustamente l’autore insiste nelle conclusioni, a “vivere e parlare”: “un compito più difficile” che entrambi si assumono “finché riusciremo, come un impegno d’onore”[4]. Matteotti e Gobetti sono “due uomini che per disinteresse personale, intransigenza, onestà e preparazione intellettuale, senso di responsabilità e coraggio nel condurre battaglie solitarie rappresentavano un modello di serietà e coerenza, radicalmente opposto a quello che Mussolini aveva deciso di incarnare[5].

Sul piano politico l’uomo di cultura e il leader politico si riconoscono in una idea di cultura che si prolunga nella politica e in una idea di politica che non può prescindere dalla cultura. Il liberale che muove dall’individuo per arrivare allo Stato e il socialista che parte dallo Stato per arrivare all’individuo hanno in mente entrambi un modello di società che mette al centro la persona. Il pacifista che fondava la negazione della guerra “sulla convinzione che il disastro avrebbe sommerso anche i vincitori”[6] e il giovanissimo allievo sensibile all’interventismo democratico del maestro Salvemini si riconoscono, l’uno per convinzione, l’altro almeno tendenzialmente, nella considerazione della guerra come una forma di lotta distruttiva destinata a scomparire dall’orizzonte della storia. L’antifascista che vede nel fascismo l’“autobiografia della nazione”[7] e il socialista che sa cogliere e “interpretare la giustificazione economica” del fascismo[8] convergono nella comune idea di “un riformismo che, per essere autentico e non fine a se stesso, non poteva che essere rivoluzionario; o, specularmente, di una rivoluzione che per essere davvero capace di cambiamenti radicali, profondi e duraturi non poteva che svolgersi giorno per giorno”[9]. Sia per Gobetti sia per Matteotti, “la vera rivoluzione non era quella che si esauriva in un giorno azzerando l’esistente”[10].

In realtà, in ultima istanza, quella di Matteotti e di Gobetti è una lezione etico-politica. Per entrambi la politica non sta senza l’etica, né l’etica senza la politica. Intendendo etica nel significato che la parola assume nella formula “etica della libertà” contrapposta a quella di “Stato etico”. Ciò che li accomuna inscindibilmente è “l’intransigenza di cui ciascuno, a modo proprio, si faceva paladino e campione nella lotta contro il nascente regime, nella dimensione etica cui si elevava il loro impegno nel porsi in difesa della libertà, della civiltà e del valore della persona umana”[11]. A un certo punto l’autore di questo libro enumera le “qualità matteottiane” che, aggiungo io, coincidono con le “qualità gobettiane”: “Serietà, austerità, sobrietà, coerenza, impopolarità, costanza della solitudine”[12] (con un innegabile fondamento si è parlato di una “gobettizzazione di Matteotti”[13]).

 

Note:

[1] Allo stesso Mancini si deve un altro pregevole lavoro dedicato al giovane liberale rivoluzionario. Id., Piero Gobetti. La forza delle idee, la barbarie del manganello, prefazione di Paolo Naso, Infinito edizioni, Formigine (Modena), 2026.

[2] Infra, p. 14.

[3] Ibidem.

[4] P. Gobetti, La nostra difesa, “La Rivoluzione Liberale”, a. III, 22 luglio 1924, p.117; ora in Id., Scritti politici, cit., p. 762. Infra, pp. 73-74.

[5] Infra, pp. 22-23.

[6] Infra, p. 27.

[7] P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La Rivoluzione Liberale”, a. I, n. 34, 23 novembre 1922, è. 130; ora Id., Scritti politici, cit., p. 433.

[8] G. Matteotti, Questo è il fascismo, cit., p. 8.

[9] Infra, p. 27.

[10] Infra, p. 28.

[11] Infra, p.33.

[12] Infra, p. 76.

[13] Infra, p. 36.

 

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