Profilo di Piero Gobetti

di Pietro Polito

La storia di Piero Gobetti è insieme tragica e straordinaria. Tragica per la fine prematura, straordinaria per il carattere unico e irripetibile. A ragione la sua breve ma intensa vita è stata emblematicamente chiamata da Norberto Bobbio una prodigiosa giovinezza[1].

Nel giro di pochi anni – dal '18 al '25 – Gobetti svolge un'attività incomparabile. Fonda e dirige tre riviste: "Energie Nove" che s’ispira a “L’Unità” di Salvemini e a “La Voce” di Prezzolini (novembre 1918 - febbraio 1920); "La Rivoluzione Liberale", la rivista politica maggiore (febbraio 1922 - novembre 1925); "Il Baretti", la rivista letteraria che intraprende le pubblicazioni nel '24 e gli sopravvive fino al '28 grazie all'impegno degli amici e della moglie Ada Prospero, alla quale si era legato nel gennaio 1923[2].
Dà vita a una casa editrice che in due anni pubblica oltre cento libri di alcuni tra i giovani più promettenti e di alcuni dei più autorevoli esponenti dell'antifascismo.
Scrive centinaia di articoli di storia, filosofia, arte, teatro, letteratura, politica, con una particolare attenzione alla politica internazionale e con qualche incursione nell’economia e nei temi giuridici e costituzionali. L’elenco dei suoi libri è consistente: I partiti e la realtà nella vita politica (1919), che riproduce il saggio La nostra fede uscito nello stesso anno; La filosofia politica di Vittorio Alfieri (1923), sua tesi di laurea in giurisprudenza, sostenuta nel luglio 1922 con Gioele Solari; Felice Casorati pittore (1923), che è la prima monografia dedicata all'artista piemontese; La frusta teatrale (1923), nato dalla sua passione per il teatro, in cui raccoglie i “risultati di ricerche e di inquietudini non dilettantesche” dedicati alla sua Ada; Dal bolscevismo al fascismo (1923) e Matteotti (1924), che riprendono saggi precedentemente pubblicati su "La Rivoluzione Liberale"; La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia (1924), come è noto il suo libro teorico più importante. I due volumi storici Risorgimento senza eroi e Paradosso dello spirito russo uscirono postumi a cura di Santino Caramella nel '26. Non va trascurata la sua attività di traduzione dal russo, insieme alla compagna, poi moglie Ada Prospero.
Partecipa direttamente alla lotta politica, prima nei "Gruppi di amici dell'Unità" nel '19-'20, promossi dal maestro Salvemini; poi nei "Gruppi della Rivoluzione Liberale", da lui promossi dopo il delitto Matteotti.
La sua attività si arresta con l’ingiunzione da parte del regime fascista a cessare l’attività editoriale in patria e con la scelta volontaria dell’esilio in Francia. È difficile rileggere senza commozione almeno l’inizio del Commiato, la celebre pagina scritta alla vigilia della partenza per Parigi, dove pochi giorni dopo troverà la morte:
P. e A. Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926. Diari di Ada Prospero Gobetti 1919-1926 (1991), a cura di E. Alessandrone Perona, Einaudi, Torino 2017, p. 654.
 
L’ultima visione di Torino: attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve: dominante l’enorme mantello del vetturino (che è l’ultima sua poesia). Saluto di nordico al mio cuore di nordico. Ma sono io nordico? e queste parole hanno un senso? Valgono per la polemica queste antitesi dottrinali, e anche di gusti, di costumi di ideali. Mi sentirò più vicino a un francese intelligente che a un italiano zotico, ma quando mi proporrò delle esperienze intellettuali, quando li guarderò per la mia cultura. Ho sentito in Saffron Hill come io sia ancora attaccato alle cose umili, alla vita della razza. Io sento che i miei avi hanno avuto questo destino di sofferenza, di umiltà: sono stati incatenati a questa terra che maledirono e che pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. Non si può essere spaesati[3].
 
Tra il direttore di riviste, l'editore, lo scrittore, l'uomo politico, l’uomo, esistono significative analogie. Ma forse quella dell’editore, che intendeva proseguire a Parigi, è la sua attività prediletta ed è quella che meglio esprime e rappresenta l’uomo Gobetti. Infatti, il lavoro della casa editrice, fondata nel marzo 1923 dopo un periodo di collaborazione con il tipografo Arnaldo Pittavino, costituisce uno specchio ideale per individuare i vari aspetti della sua personalità.
Giova guardare al Gobetti editore dal punto di vista dei temi e degli autori dei suoi libri. Dall'analisi dei temi emerge chiaramente quali sono i problemi politici che egli ritiene più importante per il futuro dell’Italia e dell’Europa: il fascismo e le sue possibili alternative, la questione meridionale, la pace e la guerra. Tra le pubblicazioni della "Piero Gobetti Editore" prevalgono i saggi storici e politici che dalla marcia su Roma in poi (28 ottobre 1922) riguardano prevalentemente il fascismo. A Gobetti si deve la pubblicazione di Nazionalfascismo (1923) di Luigi Salvatorelli, un classico della letteratura sull'argomento. Anche nel campo editoriale continua la battaglia antifascista intrapresa sulle colonne de "La Rivoluzione Liberale".
La personalità di Gobetti non è assorbita esclusivamente dalla politica. Un elemento importante da sottolineare è la varietà dei suoi interessi: “il fine che soprattutto gli preme è raggiungibile solo convergendo attraverso vie distinte ed egli perciò ne trascura ben poche”[4]. Era sua intenzione avviare una "Piccola Biblioteca di Scienze", dove purtroppo apparve solo la traduzione di Hendrik Antoon Lorentz, Considerazioni elementari sul principio di relatività (1923), a cura di Sebastiano Timpanaro. Oltre al suo già ricordato La filosofia politica di Vittorio Alfieri, che si inserisce in un interesse più vasto per la filosofia in Piemonte, di carattere più storico-filosofico sono i libri di Alessandro Passerin d'Entrèves su Hegel (1924), di Alberto Cappa su Pareto (1924) e di Bruno Brunello su Cattaneo (1925).
Gobetti è stato l’animatore di un vero e proprio “cenacolo artistico”[5]. Centinaia sono le pagine scritte, prevalentemente, ma non solo, come critico teatrale di “L’Ordine Nuovo” di Gramsci[6]. Quanto al campo letterario, il pensiero corre subito ai suoi saggi su Puskin, Lermontov, Gogol, Andreev, Dostoevskij, contenuti nel già ricordato Paradosso dello spirito russo e, naturalmente, alla pubblicazione di Ossi di seppia (1925) di Eugenio Montale, opera da lui presentata come “una delle più severe e delle più originali esperienze poetiche della nostra nuova letteratura”. Ma testimonianza ancora più significativa del rilevante interesse letterario è l'intera collezione del "Baretti", dalle cui pagine traspare evidente un preciso disegno tendente a sprovincializzare la nostra letteratura, mettendola in relazione con le altre.
Se poi si guarda agli autori del catalogo delle sue edizioni, si rimane colpiti dalla pluralità e dalla distanza degli orientamenti politici. Nella casa editrice egli porta la stessa impostazione seguita ne "La Rivoluzione Liberale": ai collaboratori richiede una garanzia di serietà e originalità, non una uniformità di vedute politiche. Presso la casa editrice pubblicano i liberali Luigi Einaudi e Francesco Saverio Nitti, Giovanni Amendola e Francesco Ruffini; i cattolici Luigi Sturzo e Igino Giordani; il protestante Giuseppe Gangale; scrittori vicini alla tradizione del movimento operaio: l'anarchico Francesco Saverio Merlino, i socialisti Alfredo Poggi e Ermanno Bartellini, il sindacalista rivoluzionario francese Edouard Berth, discepolo di Georges Sorel.
Gobetti pubblica i libri del conservatore Giuseppe Prezzolini: Io credo (1923) e Giovanni Papini (1924), nonostante la distanza abissale nel giudizio sul fascismo: il direttore de “La Voce” per la società degli apoti, il direttore de la “Rivoluzione Liberale” per la compagnia della morte.
Accoglie inoltre nelle sue edizioni il libro "fascista" Italia barbara (1925), di Curzio Malaparte che considera “la più forte penna del fascismo”, accompagnandolo con una nota, dove, tra l'altro, si legge:
 
Presento al mio pubblico il libro di un nemico. Coi nemici si vuole essere generosi: qui poi Curzio Suchert ci aiuta a combatterlo. Mi piace essere settario-intransigente, non settario-filisteo. Ho giurato di non rinunciare mai a capire né ad essere curioso.
 
Per completare il quadro dell’attivismo gobettiano, sono da sottolineare altre due caratteristiche: in tutti i campi della sua attività - dal giornalismo, all'editoria, alla politica - Gobetti ricerca costantemente la collaborazione dei maestri e dei giovani.
I maestri che lasciano un segno duraturo nella sua formazione politica sono il liberale Luigi Einaudi e il democratico Gaetano Salvemini. Del primo raccoglie nel volume Le lotte del lavoro (1924) gli articoli sui problemi del lavoro apparsi in varie riviste dal 1897 al 1919; del secondo pubblica nel '25 Dal patto di Londra alla pace di Roma, che reca una dedica significativa: "Ai nuovi giovani amici, che sono venuti a me in questi anni difficili, questo libro è, in segno di riconoscenza, dedicato". Da Einaudi accoglie l'insegnamento sul valore perenne della lotta per farne il centro del suo liberalismo rivoluzionario. Personalmente ritengo che il posto centrale in una ricostruzione e interpretazione dell’itinerario gobettiano sia da assegnare al rapporto con Salvemini. L'influenza del maestro su "Energie Nove" è nota: nella prima esperienza giornalistica Gobetti si ispira direttamente all'“Unità”, la rivista fondata da Salvemini e Antonio De Viti De Marco nel 1911. Altrettanto significativo è che nel primo numero de "La Rivoluzione Liberale", il 12 febbraio 1922, Gobetti senta il bisogno e il dovere di rivolgersi agli amici dell'"Unità". Il nuovo giornale è presentato come "una cosa profondamente diversa da quello di Salvemini". Del maestro condivide il rigoroso "esame dei problemi concreti" - il cosiddetto problemismo - ma avverte il limite della mancanza di "una più ampia base storica". Tuttavia - aggiunge - "è difficile fare a meno del consiglio assiduo e della collaborazione quotidiana di un maestro come Gaetano Salvemini"[7].
Per completare il quadro della formazione spirituale gobettiana, occorre ricordare i maestri del realismo politico, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, e dell'idealismo, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, anche se né gli uni né gli altri prendono parte alle iniziative del giovane liberale. Gobetti è vicino più a Mosca che a Pareto, da un lato, più a Croce che a Gentile, dall'altro. La teoria della classe politica gli appare più valida scientificamente nella formulazione di Mosca che in quella di Pareto. Su questo atteggiamento influisce sia il filofascismo di Pareto degli ultimi anni, sia, soprattutto, la rivalutazione del regime parlamentare da parte di Mosca nella seconda edizione degli Elementi di scienza politica (1923)[8].
Il giudizio sul fascismo è determinante anche per il suo atteggiamento nei confronti di Gentile e Croce, assunti a simboli di due diverse e contrastanti idee dell'Italia: “Non da oggi - scrive nel '22 - noi pensiamo che Gentile appartenga all'«altra Italia». All’ora della distinzione tra serietà e retorica ha voluto essere fedele a se stesso”[9]. Al contrario il Croce "oppositore" gli appare come "il solo esempio italiano di una modernità direttamente partecipe di tutta la vita spirituale del mondo"[10].
Quanto al rapporto con i coetanei, marcatamente giovanile è il carattere della prima impresa editoriale: nell'articolo Rinnovamento - forse il suo primo saggio -, apparso in "Energie Nove" nel novembre 1918, scrive che la rivista si propone di “recare alla società, alla patria le aspirazioni e il pensiero nostro di giovani"[11].
Ben diverso è il respiro della seconda rivista. Sulle colonne de "La Rivoluzione Liberale" incontriamo le firme di giovani collaboratori di "Energie Nove" (Santino Caramella, Natalino Sapegno, Mario Fubini, Luigi Emery) e a essi si aggiungono altri, più o meno suoi coetanei: tra i tanti, Riccardo Bauer, Carlo Levi, Lelio e Antonio Basso, Carlo e Nello Rosselli. Significativamente nell’introduzione al libro La Rivoluzione Liberale si rivolge direttamente ai giovani:
 
La nuova generazione sta assolvendo dei doveri che le attribuiscono alcuni inesorabili diritti […]. Non si comprende nulla del nuovo pensiero dei giovani se non si avverte che la nostra formazione spirituale è stata in qualche modo interrotta e travagliata per opera del fascismo, che ci ha costretti a una chiusa e severa austerità, a un donchisciottismo disperatamente serio e antiromantico, quasi fossimo diventati noi i paladini della civiltà e delle tradizioni. […]. Non diremmo certo di aver rinunciato a fabbricare nuovi mondi, ma sappiamo di doverli costruire con disperata rassegnazione, con entusiasmo piuttosto cinico che espansivo, quasi con freddezza, perché ci giudichiamo inesorabilmente lavorando e conosciamo i nostri errori prima di compierli, anzi li facciamo deliberatamente, sapendone la fatale necessità. Disprezzando i facili ottimismi e i facili scetticismi
 
Nell’Agenda per annotazioni per l’anno 1926, alla data del 3 gennaio, si trova appuntato lo schema di una “Lettera ai giovani” che il giovane Piero, senza sapere di essere a pochi giorni dalla morte prematura aveva immaginato di scrivere alla sua generazione. Si dichiara “nemico dell’esilio”, invita a essere; “europei non politicanti a spasso” e a “un esame di coscienza: Non vinti”, denuncia sia le responsabilità delle classi dirigenti del ’22 sia “le colpe dei transigenti”, ripone la sua fiducia nelle élites operaie, nello sviluppo industriale e negli “eredi”[12].
Mi piace interpretare l’intera sua opera come una lettera ai giovani delle generazioni successive, perché dal pensiero e dall’azione del “fragile e disarmato giovinetto torinese”, con “il viso adombrato dal suo inimitabile sorriso”, si ha come l’impressione di “camminare nel futuro”[13].
 
 
Note:
 
[1] N. Bobbio, Italia fedele: il mondo di Piero Gobetti, Passigli, Firenze 1986. Tra i lavori che ho dedicato al “giovane prodigioso” (un’altra espressione di Bobbio), segnalo: L’eresia di Piero Gobetti, Raineri Vivaldelli, Torino 2018 e L’utopia della rivoluzione. La rivoluzione liberale di Piero Gobetti, postfazione di P. Di Paolo, Aras Edizioni, Fano 2019. Da rileggere è il ritratto incompiuto scritto da uno degli amici di Piero e in seguito cultore, erede ed interprete del suo messaggio: U. Morra di Lavriano, Vita di Piero Gobetti, con un saggio di N. Bobbio e una testimonianza di A. Passerin d’Entreves, Utet, Torino 1984. La migliore introduzione alla conoscenza di Gobetti è il volume pubblicato nel centenario della sua nascita: C. Pianciola, Piero Gobetti. Biografia per immagini, Gribaudo, Cavallermaggiore 2001.
 
[2] P. e A. Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926. Diari di Ada Prospero Gobetti 1919-1926 (1991), a cura di E. Alessandrone Perona, Einaudi, Torino 2017. Con Pina Impagliazzo abbiamo riscostruito la storia dei due giovani, “narrata da loro medesimi”, attraverso i diari proposti per la prima volta in un modo incrociato e una ampia selezione di brani tratti dall’epistolario nonché accostando le pagine private alle più belle pagine politiche antifasciste di Gobetti. P. e A. Gobetti, La forza del nostro amore, Passigli, Firenze 2016.
 
[3] Cito dall’ultima edizione promossa dal Centro Gobetti: P. Gobetti, L’editore ideale. Frammenti autobiografici con iconografia a cura e con prefazione di Franco Antonicelli (1966), a cura di P. Polito e Marta Vicari, Aras Edizioni, Fano 2023, pp. 79-80.
 
[4] G. De Marzi, Piero Gobetti e Benedetto Croce, QuattroVenti, Urbino 1996, p. 15.
 
[5] Gli scritti di Gobetti sul tema sono raccolti in Scritti sull’arte, a cura di M. De Benedictis, prefazione di R. Crovi, Aragno, Torino 2000 e in Lo scrittoio e il proscenio. Scritti letterari e teatrali, a cura di Guido Davico Bonino, con uno scritto di Carlo Dionisotti, Controluce, Nardò 2010.
 
[6] P. Gobetti, Scritti di critica teatrale, volume terzo, introduzione di G. Guazzotti, a cura di Id. e Carla Gobetti, Einaudi, Torino 1974, LXIV-739.
 
[7] P. Gobetti, Agli amici dell'"Unità", RL, a. I, n. 1, 12 febbraio 1922, p. 3; SP, p. 226.
 
[8] P. Gobetti, Un conservatore galantuomo, RL, a. III, n. 18, 29 aprile 1924, p. 71; SP, p. 656. 
 
[9]  P. Gobetti, Al nostro posto, RL, a. I, n. 32, 2 novembre 1922, p. 119; SP, p. 419. 
 
[10] P. Gobetti, Croce oppositore, RL, a. IV, n. 31, 6 settembre 1925, p. 125; SP, pp. 880-881. 
 
[11] P. Gobetti, Rinnovamento (Nota), EN, serie I, n. 1, 1-15 novembre 1918, p. 2; SP, p. 5.
 
[12] CSPG, Archivio Piero Gobetti, Serie 2 – Scritti, Fascicolo 6 bis, Documento 5.
 
[13] G. Cottino, Introduzione, in V. Pazé (a cura di), Cent’anni. Piero Gobetti nella storia d’Italia, cit., pp. 11-12.

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