Pubblicato con il titolo, Pensiamo a Gobetti, "La Stampa", Torino, lunedì 12 gennaio 2026, p. 46. All'interno del di battito su Torino Capitale della Cultura 2033.
Forse è un segno, certamente è una coincidenza e merita di essere segnalata e valorizzata, che l’“istruttoria” che porterà alla scelta di Torino come Capitale della cultura nel 2033, si svilupperà in concomitanza con il Centenario della morte di Piero Gobetti (1901-1926). Per onorare “il prodigioso giovinetto” è in via di costituzione un Comitato nazionale per le celebrazioni della ricorrenza, di durata triennale, promosso dal Centro studi Piero Gobetti. A breve ne verrà annunciato il programma e la struttura.
Il richiamo a Gobetti è fecondo per una discussione sul ruolo della cultura oggi. Come emerge chiaramente dal contributo di Paolo Verri che, forse inconsapevolmente, riprende due assunti fondamentali dell’idea di una cultura dell’iniziativa che si può rintracciare nel pensiero e nell’opera di Gobetti. Il primo è che le cittadine e i cittadini sono il soggetto e non l’oggetto della cultura; il secondo è che l’esercizio del dissenso è un problema di cultura e non di sicurezza.
Il cuore di una cultura dell’iniziativa è la distinzione tra la cultura come bene “per” tutti o come bene “di” tutti. Per dirlo con una formula, si tratta di passare dalla cultura “per” alla cultura “di”. Mi spiego con un esempio: un conto è la cultura “per” i giovani, un altro è la cultura “dei” giovani. Allo stesso modo è evidente la differenza tra le iniziative culturali per le persone e quelle realizzate dalle o insieme alle persone.
Analogamente non si può confondere la cultura delle donne con la cultura per le donne. La lotta che può accomunare donne e uomini è quella per la libertà: il cardine dell’autonomia individuale che permette ad ogni persona di diventare protagonista della propria vita.
La distinzione tra la cultura come “bene di tutti” e la cultura come “bene per tutti” coincide con quella tra la cultura che scaturisce dalle iniziative dal basso e la cultura proposta (imposta) dall’alto. Gobettianamente è preferibile parlare di iniziative più che di attività culturali.
Iniziativa è una parola chiave del linguaggio gobettiano: è positivo ciò che crea iniziativa, nasce dall’iniziativa come l’azione delle élites o l’iniziativa operaia; è negativo ciò che frena l’iniziativa e nasce per imposizione dall’alto come il protezionismo o il paternalismo. C’è una dimensione religiosa nell’idea di “iniziativa” proposta da Gobetti che, come Giacomo Matteotti, nel conflitto sta “dalla parte che ha più religiosità e spirito di sacrificio”.
Applicando lo schema gobettiano al problema della cultura oggi, si può dire che nel progetto di Torino Capitale della cultura 2033 sarebbe auspicabile un fiorire di “iniziative” generate dall’impegno di gruppi, associazioni, movimenti che operano sul territorio torinese e piemontese. Infatti le ragioni storiche e civili della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale riguardano tutti, interpellano in primo luogo le cittadine e i cittadini con le loro diverse forme di associazionismo, volontariato, impegno sociale e civile.
In questa prospettiva Torino Capitale della cultura 2033 può rappresentare l’occasione virtuosa per una discussione sul futuro della cultura che coinvolga le istituzioni e le Fondazioni cittadine; la scuola, l’Università e il Politecnico; gli istituti culturali, archivi di stato, soprintendenze per i beni archivistici, biblioteche pubbliche e private; case editrici e riviste di cultura; la stampa locale e nazionale; intellettuali, docenti, studenti, bibliotecari, archivisti, tecnici, operatori, promotori e organizzatori di eventi, progettisti.
Ponendoci dal punto di vista della cultura dell’iniziativa, i protagonisti di un progetto per la città del futuro sono in primo luogo i giovani che sono produttori naturali di iniziativa attraverso le reti circolari del terzo settore, dell’associazionismo civico e del volontariato. Ai giovani bisogna credere come ci credeva Gobetti nella convinzione che “se tutto è uguale, se il tono quotidiano è la tragedia, bisogna pure che ci sia chi si sacrifica, chi insegue il suo ideale trascendente o immanente, cattolico o eretico con arido amore”. Se è vero come è vero che la cultura ha bisogno di un cambiamento radicale di mentalità, è soprattutto ai giovani che bisogna guardare.