Non mi pare sia stato fatto un collegamento tra alcune recenti manifestazioni studentesche di protesta (Torino, 3 ottobre 2023 e Pisa 2 marzo 2024) e i fatti di Torino: l’aggressione a “La Stampa” (ingiustificabile) e la chiusura forzata del centro sociale Askatasuna che ha interrotto improvvidamente un processo positivo di democratizzazione del dissenso. Mi sembra evidente che in entrambi i casi sotto attacco è stato il diritto individuale e collettivo al dissenso con l’argomento che “l’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile” (Matteo Piantedosi). L’argomento che viene usato contro le violenze presunte e reali dei manifestanti impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati.
Come Norberto Bobbio afferma nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia, se c’è un “criterio discriminante” tra la democrazia e il dispotismo, questo è “la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso”[1]. In uno stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate ed estremiste, ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione. In primo piano tornano i grande temi della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali, sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”. Una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso.
Il buon democratico sa che è inaccettabile la violenza contro giovani disarmati che si è vista sia a Torino sia a Pisa, che non è giusto, non è logico, non è tollerabile l’accerchiamento di un ragazzino o la brutalità contro inermi studenti con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti di poliziotti chiamati a tutelare la sicurezza di tutti noi senza abusare del potere che gli viene conferito dallo Stato.
Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica?
Come argomenta Norberto Bobbio in Il futuro della democrazia, il passaggio dallo stato di natura – che è uno stato polemico – allo stato civile – che è uno stato agonistico – non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti.
Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è “un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso”[2]. Tuttavia sostiene che, “in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico”[3].
Detto in breve, se nello stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello stato agonistico – lo stato democratico è uno stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento. Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo stato nonviolento (e lo stato democratico è uno stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Al contrario la qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso ma da quello del dissenso. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia.
L’aggiunta nonviolenta alla democrazia sta in una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale – il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione – e del dissenso collettivo – la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile.
L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è “un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche”[4]. In una prospettiva nonviolenta la democrazia non è mai presupposta ma è sempre da verificare e, invece che il massimo consenso, lascia emergere il massimo dissenso.
Note:
[1] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 53.
[2] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 53.
[3] Ibidem.
[4] A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967), edizioni dell’asino, Roma 2009, p. 136.