La grande scelta 

Pietro Polito

Come emerge dalla ripubblicazione del catalogo della casa editrice presso Edizioni Storia e Letteratura, Gobetti, antifascista intransigente della prima ora, ha raccolto attorno a sé maestri come Salvemini, Einaudi, Ruffini nella comune “battaglia infuocata contro il fascismo”.
Le alternative delineate da Gobetti nel catalogo della sua casa editrice possono ancora illuminare il tempo presente. Esse sono quattro: la rivolta cattolica di Iginio Giordani, la rivoluzione protestante di Giuseppe Gangale, la rivoluzione socialista di Ermanno Bartellini, la rivoluzione meridionale di Guido Dorso.
A queste naturalmente va aggiunta la rivoluzione liberale di Gobetti che in un certo senso tutte le comprende nella “religione della libertà”. Il segno di queste alternative è da un lato il ripudio della violenza, dall’altro il primato della libertà.
Nel senso generale che la rivoluzione o è in nome della libertà o non è. La libertà nelle sue varie forme, di pensiero, di coscienza, di stampa, la libertà che non può essere conculcata né dal potere né dal contro potere.
Questa d’altra parte è la principale lezione del Secolo breve. La rivoluzione in nome della Nazione si è risolta nel fascismo, quella in nome della classe in una spietata dittatura del 900. La rivoluzione con la violenza si rovescia alla lunga nel suo contrario.
Rileggere i classici dell’antifascismo pubblicati da Gobetti come Nazionalfascismo di Luigi Salvatorelli o Matteotti dello stesso Gobetti costituisce un argine alla tendenza a ritenere superata la distinzione tra fascismo e antifascismo.
Qual è la lezione che ci arriva da Gobetti?  Che cosa non è venuto meno col tempo? Non sono venute meno le ragioni della “grande scelta” tra fascismo e antifascismo.
Come ha osservato Norberto Bobbio, non è venuto il momento di andare al di là del fascismo e dell’antifascismo: “Se si vuol dire che fascismo e antifascismo costituiscono un’antitesi apparente, ormai superata, dobbiamo rispondere che si tratta, storicamente, di un errore, politicamente, di un tentativo di ridare al fascismo una dignità che non possiamo riconoscergli”.
Pur non avendo nessuna indulgenza per i malanni della nostra democrazia, l’“assoluta incompatibilità tra democrazia e dittatura, tra governo delle leggi e governo degli uomini, o addirittura dell’Uomo [o della Donna] del destino, rimane”.
E rimane, perché, “se la dimentichiamo è solo per leggerezza o perché gli errori di oggi ci fanno dimenticare gli errori di ieri. La scelta radicale fatta allora non ci sembra oggi meno necessaria e meno giusta”.

 

Centro studi Piero Gobetti

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