le mie letture


 Sulla discrezione pubblica: i consigli di Franco Sbarberi

Il tema della discrezione pubblica è imposto in questo periodo dal virus che incombe sul mondo, ma in modo più metaforico è stato suggerito anche dal comportamento fattivo e non eclatante che hanno assunto alcuni protagonisti del Novecento in momenti cruciali della loro vita. Ne parla il volume di Jan Brokken, I giusti, Iperborea 2020, raccontando le vicende del console olandese Jan Zwartendijk, che nel 1940 firmò migliaia di visti per consentire a profughi ebrei di sfuggire ai nazisti e di trovare riparo a Shanghai: “Era un uomo riservato. Non gli interessava il ruolo di eroe. Aveva paura come tutti in quei giorni. Ma… non ha fatto finta di non vedere”. Qualche anno prima Pierre Zaoui, L’arte di scomparire, Il Saggiatore 2015, teorizzava a sua volta il “vivere con discrezione”: farsi discreti è ben più che un limitarsi: “è creare, dare, amare, lasciar essere”. Per me ottantaduenne vivere con discrezione non è l’arte di scomparire, ma consiste nell’affrontare con calma e riservatezza la vecchiaia sia con i familiari sia con gli amici. D’altra parte l’amicizia, come dice Franco La Cecla, Essere amici, Einaudi 2019, presuppone anche la sua revoca, perché “non è né un diritto né un dovere, ma la condizione del legame libero tra cittadini”.

Giorgio Fontana consiglia Le transizioni di Pajtim Statovci (Sellerio 2020, traduzione di Nicola Rainò)

Detesto l'espressione "giovane scrittore": ho dovuto subirla come una graziosa concessione — scrittore sì, ma intendiamoci: giovane — fino al paradosso per cui, a trentanove anni, sono ancora definito così; a volte persino "giovanissimo". Ciò detto, non si può che rimanere ammirati per la bravura dimostrata dal finlandese di origini kosovare Pajtim Statovci nel libro d'esordio, Le transizioni, pubblicato quando l'autore era giovane davvero — per l'esattezza, appena ventiquattrenne.

C'è qualcosa di straniante in una simile padronanza stilistica, in una tale maturità raggiunta: leggendolo ho avuto fin dall'inizio la sensazione di trovarmi di fronte a un talento assoluto. Non amo profondermi in esagerazioni, nemmeno quando sono entusiasta di un romanzo, ma stavolta trattenersi è difficile: Le transizioni è opera di uno scrittore straordinario dal quale non possiamo che attenderci una carriera luminosa (e del quale già attendiamo, con ansia, i romanzi non ancora pubblicati in italiano).

In un certo senso, Le transizioni è la forma più moderna possibile del Bildungsroman: racconta in prima persona la formazione del protagonista, Bujar, dall'adolescenza nella miseria dell'Albania post-Hoxha — memorabili le pagine sul funerale del padre e sui vagabondaggi per Tirana e Durazzo con l'amico Agim — a una prima giovinezza spesa in giro per il mondo, da Roma a Madrid a Berlino a Helsinki: sempre sul filo dell'indigenza o della sconfitta personale, direi in perenne convalescenza da un trauma non ricomponibile. E sullo sfondo — vista con gli occhi di un ragazzo — la storia europea, e italiana, degli ultimi trent'anni: le navi che solcano da Durazzo verso Bari, il razzismo popolare, il pregiudizio e la paura dei più poveri.

L'estensione geografica del romanzo, sorprendente perché compressa con molta bravura in così poche pagine, non cancella tuttavia la centralità dell'Albania come luogo per eccellenza del testo: una terra raccontata con iperrealismo e in tutta la sua crudeltà e bellezza (e forse conviene leggere questo libro accanto a un'altra recente uscita, il Dialogo sull'Albania di Alexander Langer e Alessandro Leogrande, due straordinari intellettuali scomparsi troppo presto). Non a caso il titolo originale finlandese è Il cuore di Tirana.

Ma Le transizioni è anche uno studio sul corpo e sull'identità sessuale, raccontata con pudore e dolcezza, con tutto il rigore che la sofferenza comporta: Bujar, gender fluid, è spesso respinto per il suo oscillare fra un genere binario e l'altro; gioca abilmente con le sue capacità seduttive, e tuttavia è anche oggetto di violenze terribili ma narrate con un'obiettività che ricorda la grande tradizione di romanzieri nordici, da Hamsun a Dagerman.

In effetti la quantità di violenza sociale, corporale e psicologica contenuta in questo romanzo è impressionante: eppure non c'è riga che stona, non c'è mai ricorso alla retorica o al pietismo; tutto scorre con naturalezza restituendo al lettore un'intima meditazione sul dolore che possiamo infliggere agli altri dopo che tanto dolore ci è stato gratuitamente arrecato, e di come il desiderio non possa mai spegnersi, e di come l'oblio a volte sia il male più necessario di tutti: "La gente emigra da un Paese all'altro per avere migliori condizioni di vita, e nulla si dice o si fa disinteressatamente, ogni azione comporta la promessa di un domani migliore, il desiderio di raggiungere qualcosa che voglio, qualcosa che ritengo indispensabile. Non sarei ancora in grado di capire che mi converrebbe restare qui, aggrappato al bordo del mio desiderio, con la brama ardente di qualcosa che non potrò mai avere."

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